VITA IN TE CI CREDO

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…..
Vita io ti credo
dopo che ho guardato a lungo, adesso io mi siedo
non ci son rivincite, nè dubbi nè incertezze
ora il fondo è limpido, ora ascolto immobile le tue carezze
Anche gli angeli capita a volte sai si sporcano
ma la sofferenza tocca il limite e cosí cancella tutto
e rinasce un fiore sopra un fatto brutto

Siamo angeli con le rughe un po’ feroci sugli zigomi
forse un po’ più stanchi ma più liberi
urgenti di un amore, che raggiunge chi lo vuole respirare
……
(Lucio Dalla – Vita – DallaMorandi)

Latito, da parecchio tempo oramai. Non è che la mia vis ironica si sia esaurita, come qualcuno ha suggerito, ma il tempo è sempre più tiranno e la vita da vivere mi assorbe totalmente. Così il tempo che dedico a “questi luoghi” e a quei quattro gatti che mi leggono si riduce, insieme alla voglia di scrivere, invero.

Arrivederci al mio prossimo pensiero catartico, quando sarà tempo.

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(A)SOCIAL 2

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«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità (per le masse)»
(Joseph Göbbels, Ministro Propaganda nazista)

Che avesse già previsto l’avvento dei social?

DÉJÀ VU (feat. Ragazza Magica)

Aggiorno il post, con le aggiunte suggerite dalla mia ragazza magica che trovate in corsivo. Ah, la mia ragazza magica è la mia compagna di vita, ed il mio amore sino a che lo vorrà.

Dieci anni fa

Sono in auto, ritornano da una gita domenicale. Entrano in città da una delle arterie che penetrano da nord est, in una periferia ammaccata che ha vissuto tutte le ondate migratorie, prima dal meridione d’Italia e poi dal meridione del mondo. All’improvviso ad un incrocio notano un uomo che si muove in modo strano: indossa pantaloni bianchi, una camicia parimenti bianca ed in testa un Panama chiaro; in una delle mani tiene una vecchia valigia in pelle che in origine doveva essere marrone …ma la cosa strana è che nell’altra mano tiene una schiumaiola in metallo e la agita nell’aria con lenti movimenti dal basso in alto. Lo guardano, si guardano ed iniziano a ridere. Lei è bellissima quando ride, e a lui si apre il cuore.

E’ stato un attimo, lui non ricorda più nulla, quando si sveglia è il buio nella sua memoria. Solo a poco a poco, faticosamente, ritorna qualche sprazzo, e l’ultima cosa è proprio quel riso, un momento prima dello sferragliare di un tram, rumori metallici, grida, un flash che dura una manciata di secondi prima del buio che cala. Non lo sa cosa è successo, non gli hanno detto nulla. Lui fa domande, ma la ragazza al suo fianco non risponde, dice riposati e gli tiene in silenzio la mano mentre con l’altra gli accarezza lieve la fronte. Lui ha capito adesso e non chiede più nulla, chiude gli occhi e finge di dormire; vuole immaginare solo quel riso, e quello che è stato dopo è un sogno che svanirà al suo risveglio.

Oggi

È una calda giornata di giugno, erano anni che in città non si ricordava un caldo simile. Ma come fa da un tempo di cui non ha memoria lui si è alzato, ha abbottonato con cura la camicia bianca, poi l’ha infilata nei calzoni bianchi. Si è seduto, per allacciare con calma le scarpe scure, (scure come la vecchia valigia che porta con se mentre si chiude alle spalle la porta del piccolo appartamento in cui vive solo) la donna dietro di lui lo osserva in silenzio mentre si prepara, ma lui non la vede; lei si avvicina per rassettare il letto, quel letto dove tutte le sere lui si corica nella sua parte, lisciando con cura le lenzuola vuote e accarezzando il cuscino al suo fianco.
Lei lo aiuta ad alzarsi e gli porge la vecchia valigia scura che lui porta sempre con sé, gli sistema il cappello e gli aggiusta le pieghe della giacca e, come tutti i giorni, lo accompagna verso l’uscita posandogli sulla guancia un delicato bacio che lui non sente. Lo osserva dall’uscio mentre si allontana, come fa tutte le mattine, da quell’appartamento in cui vive come se fosse solo.

È arrivato presto all’incrocio di quella periferia, ancora preda delle nuove ondate migratorie. Ha aperto la valigia e ne ha estratto una schiumaiola in metallo, che ora agita lentamente nell’aria dal basso verso l’alto.

Ma non ha lo sguardo perso nel vuoto. Guarda all’interno delle auto che passano, cercando di ritrovare quel riso che gli apriva il cuore.

SPARAMI!

Sparami. Prendi bene la mira. Un colpo sordo, come un pugno nel petto, neppure il tempo di sentire dolore.

Sparami …è molto meglio

MILANO – RIMINI

Non intendo – con il titolo – alludere alla distanza o ad un viaggio tra le due città, bensì riferirmi a chi scambia la città (Milano) per il luogo di vacanza estiva al mare (Rimini). Con il caldo anticipato oltre alla colonnina di mercurio sembra essere esplosa anche l’ultima parvenza vitale dei neuroni di molte persone.

Non voglio neppure prendere in considerazione gli uomini (sic!) che girano agghindati con infradito, bermuda e canottiere corredate di ascelle P&P (che non è acronimo di Plug & Play, ma di Pelose & Pezzate), in quanto solo l’immaginarli mi provoca conati di vomito.

Invece mi domando quale sia il motivo che spinge tante donne (dalle ragazzine quattordicenni alle donne ultra sessantenni) a vestirsi in città come se stessero recandosi in spiaggia a prendere il sole. A parte l’aspetto igienico (a meno che non siano eccitate dall’idea di posare le chiappe pressoché nude dove ha appena lasciato il suo alone secreto un trasportatore sudamericano) vorrei capire se si rendono conto che mettere short e gonne a giro passera sia uno stile che utilizzano certe operatrici sociali che espongono la loro mercanzia sui viali di notte, e che quindi ingenera nell’ignaro osservatore una immediata deduzione per similitudine. Ora non voglio giustificare eventuali approcci di dubbio gusto da parte dei maschi, e neppure essere un puritano bacchettone (proprio io!), ma ne faccio una questione di stile e di opportunità; se certi abbigliamenti sono consentiti in spiaggia, li trovo del tutto fuori luogo in (una qualsiasi) città. E poi  vorrei che qualcuna mi spiegasse quale differenza possano fare 10 centimetri di tessuto in più rispetto alla sensazione di calore. L’idea che mi sono fatto io è che chi mi metta le natiche perizomate sotto il naso lo faccia perché io abbia a guardarle, magari anche con libidine, e se lo fa tra le corsie di un supermercato non si offenda se poi io le dovessi attaccare al culo il codice a barre di una bistecca.

SEMPRE GLI STESSI DISCORSI

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Uno dei pregi dell’internet è la velocità. Ma è anche uno dei suoi peggiori difetti. Proprio per questo mi sono preso un po’ di tempo per tornare sull’argomento dei “social media” sulla scia degli ultimi gravi fatti accaduti (o almeno erano gli ultimi la scorsa settimana, e sono già stati velocemente dimenticati dai più, io però mi ostino a leggere i quotidiani che cambiano notizie meno velocemente).

Già si è letto di tutto sulla donna suicidata e sulle amiche della ragazza violentata, e quindi è perfettamente inutile che io esprima ora la mia opinione. Ciò su cui mi voglio, invece soffermare e su cui mi piacerebbe che almeno qualcuno riflettesse, è l’incuranza con cui molti “condividono” con il mondo intero momenti intimi di qualsiasi natura. E non venitemi a dire che esistono i “filtri”, pur essendo io a-social ne leggo e me ne interesso, quindi sono venuto a conoscenza del fatto che FB variando di imperio le proprie regole ha reso (tempo fa) pubblici tutti i profili; certo poi gli utenti hanno potuto ri-settare i blocchi, ma nel frattempo tutto è rimasto alla mercé di tutti. Inoltre oramai i cosiddetti social sono moltiplicati a livello esponenziale, tra app di comunicazione, comunità e quant’altro, e quindi considerare privato qualcosa messo in rete è un ossimoro.

In realtà sopra ho scritto una mezza verità (o una mezza menzogna, se preferite), in quanto ho un profilo FB aziendale, che utilizzo per consultare i profili dei potenziali candidati a posizioni lavorative. Già, oltre ai maniaci, ai vigliacchi, ai violenti verbali, agli ultra ortodossi (delle proprie idee), in rete passano anche i selezionatori (che a me head hunter fa un po’ ridere ed un po’ mi mette i brividi). Anzi siamo arrivati al punto per cui viene considerato individuo sospetto chi non spiattelli in pubblico (internet) tutti i fatti suoi …per questo (ma soprattutto per altri motivi più seri e solidi) ho un profilo professionale su LinkedIn. Ma questo poco importa, lo spunto su cui vorrei che i (tossico)dipendenti da FB e da whatsapp (e compagnia cantante) riflettessero è che quasi sempre è dannoso (quando non  addirittura pericoloso) esporre al pubblico (ludibrio) tutta la propria vita secondo per secondo; ho già detto che considero sciocco perdersi il gusto del momento per l’ansia di immortalarlo e “condividerlo”, ma è anche deleterio.

Cosa spinga le persone ad inviare agli “amici” filmati porno o foto prive di abiti, foto dei propri figli (e cani, e gatti, e pappagallini…), della fidanzata (del momento), di altri momenti imbarazzanti (manca solo che si facciano “selfie” mentre stanno cagando, ma forse ci sono già anche queste) non mi è ben chiaro …probabilmente il desiderio spasmodico di avere 15 likes di notorietà (in sostituzione dei warholiani 15 minuti di celebrità). Comunque sia, quando sentite il bisogno di essere al centro dell’attenzione, pensate bene al fatto che le attenzioni che riceverete non sempre sono quelle da voi desiderate.

E ricordate che gli amici non sono gli avatar sul monitor, ma sono quelli che potete guardare negli occhi e che rispondono alle vostre chiamate (e non ai messaggi di whatsapp) anche in piena notte.

L’ESSENZIALE

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Vado anche io a farmi qualche giorno di vacanza. Metto qualcosa in auto e parto, magari passo prima dal supermercato per portare con me l’indispensabile.

Forse torno, prima o poi, e forse ci ritroviamo qui.

QUESITI ESISTENZIALI

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La mente umana è insondabile, a mio avviso, e neppure i grandi maestri fondatori delle teorie psicologiche riescono ad avere risposta ad alcuni quesiti profondamente esistenziali.

Eppure, prima di morire, vorrei proprio capire cosa spinga molte persone ad alcuni comportamenti. Quindi approfitto della vasta platea del mondo dei blog per rivolgere a voi almeno una domanda che da tempo mi toglie il sonno, nella speranza di trovare qualcuno che vi si riconosca e che riesca a darmi la sua motivazione:

–  autostrada a tre corsie, tutte completamente libere e sgombre a perdita di sguardo  – vorrei capire perché cazzo dovete viaggiare a 80 km/h pervicacemente abbarbicati alla corsia centrale!!

ANALFABETIZZAZIONE

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Sottotitolo: perché parli inglese se stai in Italia?

Ho partecipato ad una presentazione con dibattito (e volutamente non ho detto meeting o convention) con tema il commercio elettronico (va bene, e-commerce ve lo concedo) nell’ambito della moda, che ovviamente nel titolo della manifestazione è diventata fashion.

In pratica ogni tre parole pronunciate in italiano venivano inframezzate da uno o due termini inglesi. Spesso fuori luogo o privi di senso pratico nel contesto in cui erano pronunciati. E il tutto organizzato da un osservatorio del Politecnico di Milano.

Capisco che se si parli con un inglese sia corretto usare dei termini che conosca, ma a questo punto tutta la presentazione si svolgerebbe in inglese. E capisco anche che alcuni termini siano oramai entrati nel gergo comune, e siano magari difficilmente sostituibili in italiano senza usare sinonimi che abbiano (peraltro) un significato non perfettamente corrispondente: è difficile, ad esempio, trovare un sinonimo per “on line”, ed anche il nostro “in rete” non corrisponde sempre in pieno. Però vorrei che qualcuno mi spiegasse perché dire call anziché chiamata, o speech anziché discorso (o presentazione, che poi in italiano abbiamo parecchie sfumature, mentre in inglese spesso gli stessi vocaboli hanno significati differenti), fashion invece di moda, up to date invece di aggiornato (o al passo con i tempi), retail al posto di negozio, benchmark invece di indicatore, break even piuttosto che punto di pareggio, concept al posto di concetto (o idea), feature anziché funzionalità …..e via di seguito. Dico, immaginate quasi quattro ore di discorsi tutti infarciti di simili terminologie.

Io lavoro in un ambito in cui gli inglesismi possono essere frequenti e ricorrenti, e magari li uso con gli addetti ai lavori altamente specializzati quando questi si aspettino che io lo faccia, ma quando parlo con i miei clienti (e ancor più quando mi accade di farlo in pubblico o in aula) cerco di usare il linguaggio più chiaro e comprensibile possibile, nella nostra bella e ricca lingua. E penso sempre che chi usi due vocaboli inglesi ogni tre italiani in realtà non abbia niente da dire e lo mascheri con l’uso di termini pseudo-tecnici. Ma questo è solo il mio thinking.

CITAZIONE A CASO

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Amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole.
Jacques Lacan