MILANO – RIMINI

Non intendo – con il titolo – alludere alla distanza o ad un viaggio tra le due città, bensì riferirmi a chi scambia la città (Milano) per il luogo di vacanza estiva al mare (Rimini). Con il caldo anticipato oltre alla colonnina di mercurio sembra essere esplosa anche l’ultima parvenza vitale dei neuroni di molte persone.

Non voglio neppure prendere in considerazione gli uomini (sic!) che girano agghindati con infradito, bermuda e canottiere corredate di ascelle P&P (che non è acronimo di Plug & Play, ma di Pelose & Pezzate), in quanto solo l’immaginarli mi provoca conati di vomito.

Invece mi domando quale sia il motivo che spinge tante donne (dalle ragazzine quattordicenni alle donne ultra sessantenni) a vestirsi in città come se stessero recandosi in spiaggia a prendere il sole. A parte l’aspetto igienico (a meno che non siano eccitate dall’idea di posare le chiappe pressoché nude dove ha appena lasciato il suo alone secreto un trasportatore sudamericano) vorrei capire se si rendono conto che mettere short e gonne a giro passera sia uno stile che utilizzano certe operatrici sociali che espongono la loro mercanzia sui viali di notte, e che quindi ingenera nell’ignaro osservatore una immediata deduzione per similitudine. Ora non voglio giustificare eventuali approcci di dubbio gusto da parte dei maschi, e neppure essere un puritano bacchettone (proprio io!), ma ne faccio una questione di stile e di opportunità; se certi abbigliamenti sono consentiti in spiaggia, li trovo del tutto fuori luogo in (una qualsiasi) città. E poi  vorrei che qualcuna mi spiegasse quale differenza possano fare 10 centimetri di tessuto in più rispetto alla sensazione di calore. L’idea che mi sono fatto io è che chi mi metta le natiche perizomate sotto il naso lo faccia perché io abbia a guardarle, magari anche con libidine, e se lo fa tra le corsie di un supermercato non si offenda se poi io le dovessi attaccare al culo il codice a barre di una bistecca.

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MILANO BUENOS AIRES

baires

Non è un volo di linea, né un gemellaggio, ma semplicemente una via (o meglio un “corso”). Ho l’ufficio della mia società in questa zona di Milano piuttosto popolata, sia da residenti che da impiegati e commessi delle innumerevoli aziende e negozi presenti. I palazzi che si affacciano su questo lungo e largo viale sono piuttosto vecchi, intesi come d’epoca, risalenti per lo più a fine ‘800 e con alcune costruzioni in stile neo classico di fine ‘700. Queste case sono prevalentemente abitate da milanesi di vecchia generazione, che si propagano su un lato del corso verso la periferia; dall’altro lato, invece, dopo la “prima linea” e andando verso la Stazione Centrale si trova un misto di etnie che va da persone originarie del Corno d’Africa (prevalentemente eritrei), a nordafricani, cingalesi, indiani ed est europei (molti russi ed ucraini). In pratica si realizza una sorta di melting pot multietnico.

Questo, unitamente al fatto che sia una delle “passeggiate” commerciali più lunghe d’Europa, fa sì che camminando sui suoi marciapiedi si veda di tutto, anche in fatto di abbigliamento. Sia ben chiaro che chiunque può decidere in totale libertà il proprio outfit (come suono milanese fighetto con questo termine), ma c’è sempre il limite dato dal buongusto. Oggi stavo rischiando, come spesso accade, un blocco digestivo che neppure con una peperonata a mezzanotte; mentre passeggiavo fumando un mezzo toscano mi sono imbattuto in una giovane coppia, a cui credo che l’uso degli specchi sia del tutto sconosciuto.

Lui. Altezza medio bassa, girovita medio grande (immaginate una botticella con le gambe). Ai piedi Nike alte (sopra la caviglia) rigorosamente slacciate con effetto tulipano, i jeans con il cavallo a mezza coscia (del genere non mi serve un bagno, posso fare tutto dentro qui e riportarmelo a casa), cinta dei jeans a mezza chiappa con relativa fuoriuscita di mutanda con disegni di animali (giuro!); il tutto a tratti coperto da un maglione tipo norvegese color grigio topo (ed altrettanto infeltrito). Capelli incoerenti (nel senso che non ne aveva uno che andasse nella medesima direzione di un altro).

Lei. Più o meno (ma più che meno) sfornata dallo stesso bottaio del fidanzato. Capelli biondi con due corti codini posizionati ad altezze differenti. Due maglie nere sovrapposte, una più grossa sopra ed una più leggera sotto che si ostinava a risalire dal punto vita (leggasi abbondante pancia) ad onta dei suoi continui sforzi per tirarla verso il basso. Stivaletto nero stringato sotto jeans dello stesso colore, con effetto cotechino su cosce e fianchi troppo grandi per la taglia degli stessi. Ma la cosa che mi ha bloccato i succhi gastrici è stata la vita bassa, da cui fuoriusciva inesorabilmente la parte alta del sedere nudo, con un orribile solco tra i due panettoni delle sue chiappe strizzati dalla cintura, in cui sarebbe potuto tranquillamente sparire un cane di media taglia.

E che Venere venga pure a dirmi che Via Del Corso a Roma è peggio……..

 

DI VARIA (DIS)UMANITA’

Per motivi professionali ho passato due settimane all’interno di un centro commerciale. Dovevo testare nel contempo le potenzialità di acquisizione clienti e le capacità di un nuovo gruppo di collaboratori.

Lavoro a parte, il divertente è stato osservare le persone che sono passate, il loro abbigliamento (se così si può chiamare), i loro atteggiamenti, le dinamiche di coppia e di famiglia, i single disperati e quelli “in caccia”. Se ne potrebbe scrivere un trattato sociologico (se già non l’abbia fatto qualcuno). Essendo periodo estivo l’aspetto più evidente, e a tratti esilarante quando non biasimevole, è stato quello dell’abbigliamento.

Quest’anno, almeno là, hanno spopolato gli short tra la popolazione femminile. Di per sé non ci sarebbe nulla da eccepire …..ma dobbiamo contestualizzare; lo short inguinale (quello che lascia vedere la piega tra la natica e la coscia), talmente aderente da far vedere la forma del monte di Venere, può andare bene sul lungomare di Cattolica o di Rimini. Certo non lo trovo adatto ad un centro commerciale in città. E ci si sono esibite proprio tutte, dalle sedicenni alle signore ben oltre i quaranta. Tutte hanno trovato cittadinanza nello short striminzito: gambe diritte, arcuate (che ci sarebbe passato un cane con il giornale in bocca), incrociate a X, magre ed affusolate, tozze e grosse, abbronzate e bianche, perfette o cellulitiche. Lo short è democratico, non fa distinzioni. Peccato per il mio senso estetico, che invece ne fa, eccome!

Il secondo must, in ordine di utilizzo, l’abito o il gonnellone lungo alla caviglia  in Jersey a righe orizzontali, con ampio spacco laterale. Si potrebbe dire “camouflage” …mimetico, nel senso che nasconde almeno le gambe. Certo i sederi sono in evidenza, ed il gioco è provare ad indovinare che tipo di intimo sia indossato al di sotto.

E qui arriviamo alla nota dolente: l’intimo. Ora bisogna tenere presente che il bianco risulta essere sempre semi trasparente, sia in un abito o gonna di cotone, ed ancor di più in un fuseaux o legging che dir si voglia. E allora perché indossare sotto un capo bianco l’intimo nero? Se hai un sedere come Belen, e porti un perizoma o una brasiliana è evidente, per mostrarti nella tua bellezza e far scendere la bava ai lati della bocca di tutti gli uomini. Ma se hai un sedere grande quanto il bagagliaio di una Thema, e porti delle mutande a mezza chiappa con l’effetto “legatura del salame”, mi viene il dubbio che a casa tua si siano rotti tutti gli specchi. E se non erano rotti prima si sono frantumati dopo averti vista così.

Certo anche gli uomini non sono da meno. Moltissimi dotati di bermuda d’ordinanza, obbligatoriamente sotto il ginocchio; un capo che riesce a far apparire basso e tozzo anche un Watusso, indossato da certi nani da giardino dotati di panza modello Oktoberfest. E ovviamente il bermuda accompagnato da sandali (quando non addirittura infradito …per il mio sommo orrore) e da magliette striminzite ……sono anche riuscito a vederne due dotati di canottiere di bossiana memoria. Già mi fa schifo al mare, un uomo in canottiera seduto al tavolino del bar accanto al mio, figuriamoci in città e dentro un supermercato. Peraltro tra i miei profumi preferiti non figura in alcun modo l’eau d’ascell.

Concluderò con una domanda sentita porre da un giovane padre al bimbo di 7/8 anni (giuro che non è inventata, la realtà supera la fantasia): Nico, sei contento che papà ti ha portato qui? E, subito dopo, selfie d’ordinanza davanti ad un tristissimo cammellino elettrico in plastica. Se da grande ucciderà i genitori, testimonierò a suo favore, in quanto testimone delle crudeltà subite.

P.S. Di gnocche “vere”, ovviamente con short inguinali, sederi tondi e tette all’altezza delle spalle (sulla cui naturalezza nutro tutt’ora dei seri dubbi) ne ho viste solo due in quindi giorni.

LA BELLEZZA DEL SOMARO

Come mia abitudine utilizzo il titolo di un film (a sua volta ripreso dal modo di dire “la bellezza dell’asino”) che però ha un nesso che lo collega all’argomento del post solo per riflesso, o meglio per negazione.

Si dice la bellezza del somaro, quando si vuole intendere una bellezza fresca e luminosa (e chi dice anche “snella”) dovuta però solo alla gioventù, e quindi destinata a sparire molto velocemente. E’ invece di questi giorni la notizia (senza la quale avrei peraltro passato notti insonni) che riconosce, secondo il magazine People, l’attrice Sandra Bullock come donna più bella del mondo.

Fatta la tara sui metodi di giudizio d’oltre oceano, che prediligono “bellezze” locali (spesso “mascellone”), ed anche sul mio giudizio personale (la Bullock non rientra neppure tra le prime 20 donne di mio gradimento), resta il fatto che abbia da poco compiuto i 50 anni.  E qui arriviamo alla mia personalissima convinzione, secondo cui buona parte delle donne acquisisce il proprio maggior fascino ed attrattiva (e diciamolo, anche bellezza) attorno ai quarant’anni; alcune hanno poi la fortuna di mantenerli anche dopo i cinquanta.

Non me ne vogliano le lettrici trentenni o giù di lì …..sostengo da anni questa mia predilezione (rimasta nei confronti delle 40/45enni negli ultimi miei dieci anni di vita ….io invecchio, i miei gusti invece no). Certo, a volte mi capita di gettare lo sguardo su qualche (bella) donna un po’ più giovane, ma per puro spirito di osservazione (meglio se del lato B); trovo troppo acerba e priva di personalità la bellezza della gioventù, mentre mi attira molto di più (anche sessualmente, non lo nascondo) una bellezza più sicura di sé (matura e consapevole, più che spavalda o arrogante), arricchita dal fascino dell’esperienza e dalla classe.

Poi, magari tra qualche anno ancora, mi rincoglionirò anche io ed andrò a “prendermi” una venticinquenne brasiliana o lituana.

TACCO 12

Premesso che debbano essere adeguate all’occasione (ad esempio le trovo fuori luogo per una ferrata sulle Alpi), queste – a mio avviso – sono la quintessenza della femminilità. E intendo le scarpe, non le chiappe.

La disquisizione è nata da un post di Ella (trovate il link sulla destra), che ha pubblicato una foto con Converse a pois indossate su calze a righe. Come dicevo sopra, se fate una scampagnata in riva al Ticino possono andare, ma l’eleganza di portamento che conferisce ad una donna un bel tacco 12 è ineguagliabile.

Fedi dixit

IL SARTO DI PANAMA

Il film non c’entra. E neppure il libro da cui è tratto. In realtà prendo spunto da un post scritto da una ragazza che ha scelto abito ed accessori per il matrimonio e ciò di cui intendo parlare è il dress code.

In italiano diciamo che intendo formulare alcuni suggerimenti sull’opportunità di indossare abiti adeguati alle occasioni. Certo ciascuno di noi ha le proprie preferenze, però vi sono alcune regole che non possono essere derogate; detta da uno che ha (quasi) sempre trasgredito regole (soprattutto quelle della comune morale) può apparire un ossimoro, così come qualcuno potrà obiettare che io abbia una mentalità vecchia o ristretta ….se conosceste la metà delle cose fatte o delle situazioni in cui mi sono trovato non lo pensereste.

Torniamo all’argomento del post. Sinora ho descritto l’abbigliamento business, senza dire in quale occasione può essere indossato; ebbene come dice la parola stessa deve essere indossato per incontri di lavoro formali, per pranzi e cene sia business che formali (ristoranti eleganti). In questi casi la forma deve essere rispettata per intero. In situazioni non lavorative, e se il vostro portamento lo permette, potete indossare l’abito con tutti gli accessori ma senza cravatta (purché il collo sia adatto e soprattutto se sotto non avete una moquette). L’abbinamento spezzato (giacca e pantaloni differenti) è sempre considerato più sportivo, per cui è adatto al mattino o pomeriggio, soprattutto nella fine settimana, a maggior ragione se confezionato con tessuti sportivi (velluto, lana grezza, cotone, lino).  L’abito formale è sempre abbinato ad una camicia, maglie e polo possono essere usate solo con abbinamenti per il tempo libero; la maglia girocollo indossata a pelle sotto la giacca se la possono permettere solo Armani e Briatore (e quest’ultimo farebbe meglio a non farlo) o qualche fotomodello con fisico statuario. Attenzione però sempre alla situazione, infatti è parimenti fuori luogo indossare un abito formale o eccessivamente elegante in situazioni informali: se passate ferragosto in Barbagia con i pastori sardi, meglio jeans e polo che lo smoking.

E qui arriviamo alla cerimonia, situazione in cui molti commettono gli errori più gravi. Ho citato lo smoking, che ha regole molto precise; una di queste dice che non può essere indossato prima delle 17, infatti è considerato un abito da cocktail o per cerimonie che si tengono la sera. È obbligatorio se ricevete un invito che porta l’indicazione “Black tie”. È invece inadatto ad un matrimonio sia che siate sposo o invitati, a meno che non sia celebrato di sera, e comunque in questa eventualità deve essere indicato sulle partecipazioni (scrivendo, appunto, Black tie); in questo caso gli invitati sapranno che per gli uomini è richiesto lo smoking e per le donne l’abito lungo. La black tie per eccellenza è il papillon (concesso già pronto se per annodarlo avete bisogno di due giorni di tempo), ma è ammessa anche la cravatta tradizionale purché nera; nel primo caso trovo più elegante abbinare anche una fusciacca in vita che copra la cintura. Io comunque  per lo sposo consiglio un abito elegante, sempre scuro, oppure il Tight se vuole indossare qualcosa di uso meno quotidiano. Considerate anche questa tipologia di abiti deve sempre essere confezionata su misura, devono essere perfetti in tutte le misure e nella vestibilità onde evitare l’effetto pinguini su persone che non sono avvezze. Sia che siate gli ospiti quanto gli invitati, le eccentricità sono bandite per qualsiasi tipo di cerimonia o situazione formale, quindi evitate giacche rosse, camicie con jabot e cravatte che paiono lembi di tende o di tappezzeria. Lo stesso vale per scarpe bicolore o borchiate. Il guizzo “alternativo” è appannaggio solo di artisti e personaggi dello spettacolo, noi comuni mortali rischiamo di apparire come Verdone e la Gerini del “famolo strano”.

Ultimo consiglio, cari colleghi uomini, non scordatevi mai di adattarvi all’abbigliamento della vostra compagna; non indossate chinos e sneackers se lei esce con tacco 12 e tailleur, così come non agghindatevi business se lei è in tenuta informale da giorno. Nel caso lei vesta sempre con scarpe da jogging, fuseaux con stampa Hello Kitty  e maglioni sformati, il mio consiglio è di adeguarvi ……scegliendone un’altra più femminile.

QUESTIONE DI STYLING (bis)

Orbene eccoci alla definizione finale dell’outfit business (o comunque per occasione formale): gli accessori. Le scarpe meriterebbero un post a sé, ma dovendo affrontare un abbinamento specifico sarò sintetico. In questo caso la scelta cade solo tra due modelli, Oxford e Duilio; entrambe sono caratterizzate dagli occhielli cuciti alle scarpe (per neofiti, parlo delle “alette” chiuse dalle stringhe). Più o meno traforate, e con varianti di cuciture vanno sempre bene, mentre trovo più sportiva e meno adatta la Brogue, con le “alette” applicate esternamente. Quale colore? Sempre perfetto il nero, mai il marrone, concessi occasionalmente e solo nell’utilizzo di giorno i colori cuoio o legno. La suola deve sempre essere in cuoio, quelle in gomma conferiscono più sportività e sugeriscono abbinamenti più informali. La scarpa deve sempre essere estremamente curata, trattata con l’apposita crema, i cui eccessi devono essere rimossi strofinando energicamente con un panno morbido (vietate le spazzole e mai usare le spugnette autolucidanti che seccano la pelle della calzatura). La cintura deve essere obbligatoriamente della stessa nuance di colore della scarpa, e di lunghezza adeguata (mai troppo corta né lunga, non deve sembrare quella di 20 kg prima né fare due volte il girovita). Le calze, spesso sono causa di orrori allucinanti; tassativamente vietati i pedalini (la calza è solo quella che copre tutto il polpaccio, sin sotto il ginocchio, le altre sono errori di lavaggio) e quelle bianche. Queste ultime possono essere utilizzate solo da ragazzini con la divisa del collegio che prevede il calzonico corto, e sono certo che nessun lettore è (o abbia il fidanzato/marito) in età da collegio. Per non sbagliare usate calze del medesimo colore delle scarpe o dell’abito; se usate scarpe nere l’abbinamento per non sbagliare è calza nera, se la scarpa è cuoio o legno usate il colore dell’abito, avendo cura di scegliere la medesima tonalità. Ammesse le calze a rombi solo sotto un pantalone sportivo in velluto, Missoni non mi è mai piaciuto per le maglie figuriamoci per le calze multicolori. L’orologio è un accessorio da non trascurare; nel mio periodo di eccessivo perfezionismo usavo orologi con cinturino abbinato a scarpe e cintura e con cassa corrispondente ai gemelli, però trovo la troppa precisione leziosa per cui consiglio di inserire nel vostro outfit un piccolo elemento discordante che possa suggerire una scelta più personale e meno da manuale. Il mio particolare  è l’orologio, che preferisco in acciaio all’oro e con cinturino scuro in coccodrillo; comunque sia tenete a mente che un orologio eccessivamente sportivo con abito formale stride, il Rolex è adatto solo ad abbigliamento informale o sportivo, un Reverso può andare bene in ogni occasione.

Esistono altri accessori e piccoli complementi, che però suggerisco di usare con moderazione: il troppo storpia. Per i gemelli consiglio l’argento o l’oro bianco, quelli di foggia originale (a forma di vecchio rubinetto, di volante, di animale ecc.) sono divertenti solo per una collezione ma non per essere indossati. Del fazzoletto da taschino ho già parlato. Molti uomini  usano portare bracciali, se (come me) rientrate in questo novero  escludete quelli troppo sportivi (es. cuoio intrecciato), troppo grossi e mai usarne più d’uno contemporaneamente; anche questo potrebbe essere uno dei particolari atti a rompere un outfit troppo studiato, ma discrezione e gusto siano sempre la vostra guida. Il fermacravatta può essere utilizzato, però dovrebbe essere molto discreto ed in materiale identico ai gemelli; a mio avviso rientra però nel troppo di cui ho accennato sopra. Le spille da bavero sono tassativamente vietate; ammesse solo quelle del vostro club quando partecipate ad una cena o riunione dello stesso. Il fiore all’occhiello è consentito solo se siete lo sposo o il testimone, oppure se siete Oscar Wilde. Vietatissimo il portafogli che rigonfia la tasca posteriore del pantalone, molto meglio un porta carte nella tasca interna della giacca, ed un ferma soldi per le banconote in una tasca anteriore dei pantaloni.

Ora abbiamo tutti gli elementi per comporre un outfit elegante. Ricordate però che l’eccesso e l’esibizione sono antitetici all’eleganza, che è più affine al concetto di understatement. Più che addobbarvi con patacche d’oro o griffe in vista, abbiate cura di scegliere attentamente la qualità e la semplicità di ogni singolo componente, questa vi sarà riconosciuta ed accrescerà il vostro fascino. Infine, l’eleganza non è solo nelle vesti, ma anche e soprattutto questione di atteggiamento e maniere.

LA CORDA AL COLLO

Alcuni uomini, insofferenti, la vivono come una costrizione (come una corda al collo). Ma è uno degli accessori principali – e più in vista – dell’abito. In occasione dell’ultimo trasloco ho fatto una robusta cernita di quelle più vecchie e che per vari motivi non usavo più, e ne ho regalate circa un centinaio; ora me ne restano solo cinquanta.

Rammento a chi legge (ma chi legge??) che stiamo parlando di abito business (elegante e formale), parlerò di altro genere di outfit (aaaah sono caduto nel baratro di Enzo Miccio e Carla Gozzi …aiuto!!) in altri post, forse. Dicevo abito business, quindi tinta unita (preferibilmente grigio antracite o medio, e blu), gessato, micro fantasia; tenderei ad escludere il galles, che considero meno business, anche se in alcune declinazioni di colore e scarso contrasto può diventare molto elegante (ad esempio in caso di disegno ton sur ton, magari nel blu). Apparentemente gli abbinamenti sono più facili, ma è necessario porre attenzione a non commettere alcuni errori.

Anzitutto LA cravatta è di seta. Punto. Lana, lino e cotone non li prendo neppure inconsiderazione, se proprio vi piacciono almeno non usatele per un abito business o in una situazione che richiede un dress code formale. La seta, dicevamo, può essere jaquard (ovverto tinta in filo); si ottengono ottimi risultati cromatici, ma risultando più grosso è un tessuto più adatto alla stagione invernale. L’alternativa è la seta stampata (o a pressione), che richiede una grande cura nella lavorazione. La regina delle cravatte è a sette pieghe (o sevenfold) ottenuta ripiegando, appunto, sette volte il tessuto (originariamente di circa 70 cm di lato); è una cravatta dalle caratteristiche eccellenti, dotata di particolare corposità e che mantiene più facilmente la forma originaria anche dopo essere stata usata. Chiaramente è la più costosa, per il grande utilizzo di tessuto, per cui la maggior parte delle cravatte in commercio è data dall’unione di tre differenti pezzi di stoffa cuciti diagonalmente, ripiegati una sola volta ed in cui viene inserita una anima in tessuto di lana per dare corpo. Le cravatte di miglior fattura possono essere identificate da una piccola cucitura a sbarra che unisce i lembi posteriori, e da un passantino cucito a mano posizionato sotto l’etichetta. Solo le cravatte più economiche e di bassa qualità utilizzano l’etichetta stessa come passante.

La larghezza della cravatta è soggetta alla moda del momento, con varianti che negli anni sono passate da 4 a 12 centimetri. Attualmente sono più usate le cravatte leggermente strette, ma vi sconsiglio di scendere sotto i 7/8 centimetri se non siete un fotomodello di 25 anni e con fisico asciutto e longilineo. Cravatte grosse con nodo imponente sono rimaste appannaggio dei politici più anziani e di rampanti agenti assicurativi ed immobiliari (un po’ demodée)  Come detto in precedenza va posta cura nel rapportare la misura della cravatta con quella dei risvolti della giacca, che dovrebbero essere uguali.

Come abbinare quindi la cravatta. E’ una questione di gusto personale, sebbene vi siano alcuni dress code da rispettare: disegni allover, stampe fantasia e quadri scozzesi sono da evitare. Al massimo vi posso concedere un tartan molto discreto, come potrebbe essere un Burberry grigio ton sur ton. Tinte unite, righe sottili, reggimental (o righe più grosse) e microfantasia sono più adatte; per me sotto l’abito formale (che sia business o per un ristorante alla moda) il miglior abbinamento sono le tinte unite e le microfantasie. L’abbinamento con la camicia non rappresenta un problema se usate una camicia bianca (la mia preferita), più attenzione va posta con l’azzurro, camicie a righe o a quadri sono adatte ad un abito più sportivo e sono anche più impegnative per gli abbinamenti. La cravatta, come il fazzoletto da taschino, serve anche a dare luminosità all’abito quindi se usate un tinta unita potete usare anche colori brillanti (blu, rosso rubino, rosso vino, giallo ocra) o tinte pastello sfumate (grigio, rosa, azzurro, terra di siena) che preferisco abbinate ad abiti blu in primavera. I verdi ed i marroni sono più adatti a giacche sportive, da evitare assolutamente il tono su tono (creavatta rosa con camicia rosa, azzurro cielo con camicia azzurra, bianco su bianco). Al limite una cravatta avorio con trama a nido d’ape su camicia avorio, ma solo per una cerimonia (matrimonio). Le cravatte nere tinta unita sono molto difficili, necessitano di una trama che dia effetti cromatici di contrasto (es. grosse righe diagonali contrapposte), se vi piacciono scure meglio una microfantasia con piccolissimi punti bianchi su fondo nero o un pois (sempre piccolo) molto fitto a dare un effetto sale e pepe. La variante di microfantasia vale anche per i colori sopra indicati; per le righe preferisco un fondo blu o rosso vino con righe medio/sottili distanziate grige e blu su fondo rosso e grigie e rosse su fondo blu. Anche qui vale però il discorso del gusto perosonale, purchè non vengano mischiati troppi colori, o non vengano usati contrasti troppo azzardati.

In tempi passati si usava il fazzoletto da taschino nella stessa stampa della cravatta. Se quest’ultima è fantasia meglio evitarlo, può andare se è tinta unita. I dettami della moda, però, impongono un fazzoletto in contrasto; se lo usate bianco otterrete un buon effetto luminoso e non sbaglierete mai, avendo cura di ripiegarlo in modo che sporga non più di un centimetro dal taschino. In occasioni più mondane (avete presente la festa in terrazza de “La grande bellezza”?) e se avete sufficienti disinvoltura e carisma potete azzardare colori vivaci con contrasto cromatico tra cravatta e fazzoletto, lasciando quest’ultimo sporgere molto dal taschino lasciandolo morbido (sia in versione con le punte verso l’esterno quanto rigonfio senza piegature)

Bene abbiamo finito. Ah no, dimentico il nodo. Devo aver sentito ad una trasmissione radiofonica che i soliti ricercatori universitari di cose inutili hanno identificato oltre cento modi per fare un nodo alla cravatta. Per me ne esiste solo uno: il nodo semplice, fatto avendo cura di formare una piega al centro (come quello della fotografia), adatto a qualsiasi tipo di collo. Poi se si volete sbizzarrire potete farlo doppio, Windsor, mezzo Windsor e via discorrendo, ma ponete attenzione allo spessore della cravatta, ad esempio uno Windsor con una sevenfold verrà enorme. In ogni caso non fatevi vedere da me con il nodo lento e la camicia sbottonata, piuttosto non mettete la cravatta!

Ultima nota, la conservazione. Anzitutto non si usa mai una cravatta due volte consecutive, bisogna lasciarle il tempo di recuperare la forma originale. Potete poi riporle arrotolate (come nelle esposizioni di alcuni negozi), appese o sdraiate ed inserite nella loro busta trasparente; io preferisco l’ultima soluzione, per cui ho un cassetto apposito fatto su misura.

NATO CON LA CAMICIA

Nato con la camicia è un modo per intendere fortunato. Ma nel mio caso lo intendo proprio in senso letterale. [breve inciso, in questi giorni morti, suicidi e salti della quaglia nel governo reimpiono i gornali, ho voglia di divagare scrivendo di altro argomento] Questo post, quindi, si riferisce allo stile nell’abbigliamento maschile.

Allora dicevo, sono nato in una famiglia modesta, sia economicamente che per istruzione. Però sin da piccolo mia madre ha tenuto a vestirmi come un piccolo Lord, e sin da bimbo ho indossato camicie. Ricordo (e a dimostrazione di non avere l’alzheimer ho foto e super8 che lo comprovano) in inverno pantalone sopra il ginocchio, camicia bianca e maglioncino, calze (ovviamente lunghe), cappotto e cappellino con visiera.

Ma sto ancora divagando. La camicia è un elemento essenziale dell’abbigliamento elegante (o business); certo possiamo avere anche camicie sportive e colorate, da indossare in estate con chinos o jeans, ma questo sarà oggeto di altro capitolo. La camicia elegante, anzi tutto, può essere di qualsiasi colore purché bianco; di tanto in tanto provo ad acquistare una camicia azzurra, che invariabilmente rimane appesa nell’armadio. Di bianche, invece, ne acquisto tre per ogni modello che mi piace (che sia già confenzionato o su misura). Il bianco conferisce prima di tutto luminosità a qualsiasi completo indossiate, e poi vi consente di abbinare qualsiasi cravatta, sia tinta unita che fantasia, purché ovviamente sia corretta per l’abito. Partiamo dal collo, ve ne sono quattro tipologie base: italiano, francese, diplomatico, button down, con alcune varianti per le prime due (circa otto per l’italiano e più o meno quattro per il francese). Scartiamo intanto il button down, utilizzato per camicie più sportive (anche se bianche) da indossare senza cravatta, ed il diplomatico, collo da utilizzare solo con smoking e papillon. Rimane la scelta tra italiano e francese, scelte che dipende certo dal gusto personale ma anche dalla cravatta; essendo il francese più aperto è adatto a cravatte dal nodo importante (leggi più grosso), mentre con le cravatte un po’ più strette di uso attuale consiglio il collo italiano. Inoltre entrambi possono essere ad uno o due bottoni, nel secondo caso essendo più alto il pistagnino consiglio l’uso di cravatta con nodo più grande, oppure possono essere usate in modo sportivo lasciando aperti i primi due bottoni (oltre quello del collo, ovviamente non con abito business né tantomeno in occasione formale, ed a patto che dall’apertura non esca un vello caprino). Scelto il collo dobbiamo scegliere i polsini, che possono essere normali o doppi (usati con gemelli). Inutile dire che preferisco i secondi. In caso di polsino semplice la camicia elegante deve avere le cuciture ribattute, le punte smussate (tagliate in diagonale) ed uno (o due) bottoni, certamente alti e preferibilmente in madreperla. Ovviamente i bottoni devono essere uguali anche per l’allacciatura centrale; per questa trovo più elegante quella liscia (ripiegata all’interno) piuttosto che che una con il cannone. Attenzione anche alle finiture delle asole, nelle camicie ben fatte (e in quelle su misura) l’ultima in basso è orizzontale anziché verticale come le altre; inoltre la camicia di buon taglio solitamente ha in fondo, a chiudere le cuciture laterali, due finiture in tessuto a forma triangolare (solitamente con il logo della camiceria o del produttore).

La camicia deve essere giusta di collo, che non deve soffocare ma neppure dare l’idea che abbiate perso improvvisamente 50 chili. La spalla deve coincidere perfettamente con la vostra, ed il giromanica deve essere tale da consentire movimenti agevoli senza essere ampio più dello stretto necessario; la manica deve arrivare a poggiare morbidamente sulla mano (a polso chiuso) e ricordate che deve sempre sporgere di un centimetro dalla giacca. Io solitamente preferisco farle fare su misura, oppure quando trovo un negozio che produce camicie confezionate che vestano perfettamente non lo lascio più (ahimé il mio preferito, in corso Vercelli, ha chiuso, quindi mi rimane la prima soluzione).

Scelto il modello non ci restano che colore e tessuto. Come dicevo all’inizio va bene tutto, purché sia bianco; per non dare però l’impressione di indossare sempre la stessa (lavata la sera e reindossata il giorno dopo) potete sceglierle di diversi tessuti. Scartando quelli più adatti a camicie sportive, potete scegliere tra: fill-fill (conosciuto anche come fil a fil), jaquard, oxford e royal oxford, piquet, popeline e twill. Non vi tedio con le rispettive descrizioni, potete andare su un sito di camiceria e capirne le differenze tattili ed estetiche. Come dicevo io le acquisto uguali tre alla volta, e quindi per renderle differenti utilizzo diversi colori per l’unico elemento accessorio che prendo in considerazioni, ovvero la cucitura delle inziali (che quindi faccio eseguire in tre colori differenti); possono essere posizionate sotto il cuore, sul polso (meno usato e a mio avviso troppo esibito) e più raramente sul colletto. Raccomando la scelta di un carattere semplice e di evitare colori sgargianti.

La mia camicia preferita è quindi: bianca, royal oxford (ma anche twill e oxford “normale”), polsi doppi per gemelli, collo italiano a un bottone, bottoni alti in madreperla, iniziali sotto il cuore.

Buona camicia a tutti

P.S. la foto ed il tag “gnocca” sono finalizzati ad incrementare il numero dei visitatori

L’ABITO FA IL MONACO

Marty Feldman in Frankenstein Junior interpreta Igor (pr. Aigor) indossando una sorta di saio, a coprire la gobba (che si sposta da destra a sinistra, volutamente, nelle varie scene). Ecco, se non siete come lui (e intendo gobbi, non attori strabici) consiglio di evitare questo abbigliamento. Anche perchè, contrariamente al detto popolare, l’abito FA il monaco.

Nel nostro caso l’abito è da intendersi letteralmente, nel senso che parliamo di un completo giacca e pantalone. Riprendo brevemente quanto scritto in precedenza, per dire che qualsiasi taglio vogliate scegliere (tre bottoni, due bottoni, doppiopetto) non dovete guardare tanto la moda del momento (che comunque è consigliato seguire, potete dettarne una personale solo se siete una persona in grado di “fare tendenza”) ma soprattutto la vestibilità adeguata al vostro fisico. Una giacca lunga su corpo brevilineo, così come una corta su una persona molto alta saranno sempre inadeguate, con il risultato di dare l’effetto “pescata nel cesto della Caritas” a prescindere da tessuto e griffe. Se il vostro fisico non rientra nei canoni di proporzione standard di rapporto spalle-girovita-altezza, dovete acquistare una giacca di drop adeguata (drop 6 è la media standard, la 4 per persone meno alte e con pancia, drop 8 alti e magri). Nel caso non troviate la drop adeguata, e a pallavolo passiate sotto la rete senza chinarvi, fate accorciare il fondo della giacca, oltre alle maniche; così le tasche risulteranno però fuori proporzione, in questo caso acquistate un capo con tasche a filo, oppure infilate la pattina all’interno per far notare meno la sproporzione.
Stesso discorso vale per il pantalone, deve essere adeguato al fisico; a me piacciono a sigaretta, molto stretti alla caviglia e senza pince, però avendo la coscia muscolosa li devo acquistare un po’ più morbidi per evitare che il tessuto si tenda e la piega scompaia.
La moda vede il ritorno di una (o più) pince, ma anche se viene considerato più classico a me piace meno; più che altro è una questione di gusto. Però se lo acquistate con pince, fate molta attenzione alla lunghezza; in questo caso dietro deve scendere sino al bordo del tacco della scarpa, e davanti dovrebbe essere più corto (di circa tre centimetri) in modo che poggiando faccia una sola lieve piega e non spezzi la linea della riga di stiratura. Come dicevo, io li preferisco lisci e stretti alla caviglia, in questo caso possono essere più corti con il fondo dritto, ed arrivare appena a coprire il malleolo; tenete però presente che camminando si vedranno le calze, che quindi devono essere impeccabilmente abbinate a scarpe e cintura (per gli accessori seguirà un capitolo a parte). Non più corti di così, però, ricordate che stiamo parlando di un abito classico intero; potreste portarli più corti ancora se fossero dei chinos di cotone (o fresco lana primaverili) abbinati ad un blazer anche informale, ma ve li potete permettere solo se avete una altezza adeguata, e se nel vostro ambiente (lavorativo o amicale) siete voi a dettare la moda, in caso contrario si otterrebbe l’effetto “acqua alta a Venezia”. Su di un abito elegante (e quindi classico) da evitare assolutamente anche il risvolto, che conferisce un aspetto più sportivo.

Fatta la scelta adeguata, e di vostro maggior gradimento del modello, altrettanta cura dovete mettere nell’osservazione dei dettagli, ricordate che se indossate un capo sgargiante o molto singolare vi farete notare, ma solo indossando un capo sobrio e di classe, con cura del dettaglio, vi farete ricordare. Scegliete voi se preferite un abito di taglio inglese (con le spalle leggermente spioventi) o di sartoria napoletana (con spalla morbida ma perfettamente rifinita), però abbiate cura di accertarvi della perfezione delle cuciture (non devono esserci grinze e pieghe), delle finiture di tasche esterne ed interne, delle asole ai polsi (meglio aperte, o comunque “vere”, lasciate perdere quelle con la cucitura solo esterna) e di quella sul revere (obbligatoriamente aperta). Se l’abito non è in tinta unita (gessato, Galles o a quadri) le pattine devono seguire perfettamente il disegno della trama. Per i pantaloni attenzione ai passanti che non devono essere troppo larghi, ed alle finiture delle tasche, che non si devono aprire troppo, e non devono lasciare vedere la fodera.

In sostanza l’abito giusto è quello che calza a pennello, e che segue i vostri movimenti morbidamente e con naturalezza, senza impedirli ed apparire rigido.
Bene, ora avete acquistato il vostro abito business, vedremo poi come scegliere camicia, cravatta ed accessori.
Che lo stile sia con voi!