CHIEDIMI SE SONO FELICE

Prendo in prestito il titolo di un film del trio di cabarettisti, perché la domanda ha una forte attinenza con ciò che intendo scrivere.

Prendo anche spunto dal dibattito che in alcuni altri blog nasce attorno alla professione del proprio essere. Si parla di chi sbandiera la propria omosessualità, chi la propria incrollabile fede religiosa, chi il proprio stile alimentare ….e via di seguito. Ora, non voglio entrare nel merito dei diritti di vivere secondo quando ci dettano coscienza e aspirazioni; l’assunto che mi disturba è che tutto debba essere etichettato per cosa siamo o cosa facciamo. Provate a farci caso, quasi tutti ci domandano quale lavoro facciamo, per poter definire “cosa” siamo: io imprenditore, tu architetto, lui impiegato amministrativo …. oppure quale sia il nostro status affettivo o sessuale: io sono divorziato (pluri), lei è separata, lui omosessuale, lei fidanzata ma la da a tutti; anche qui viene definito “cosa” siamo. O ancora, tu cosa mangi? di quale confessione religiosa sei? per quale squadra tifi? Il tutto per dare un segno di appartenenza ad uno status o gruppo sociale, un’assimilazione che dovrebbe tranquillizzare in quanto riconducibile a canoni facilmente identificabili. Tutto molto più facile che non “sforzarsi” per capire chi abbiamo di fronte.

Io sono stanco di sentirmi chiedere quale sia il mio lavoro, quale sia il mio status, se mangio carne o verdure, se scopo donne o uomini, se vado a messa o se bestemmio …..vorrei tanto che qualcuno mi chiedesse CHI sono e non “cosa” sono, che volesse sapere quali siano il mio pensiero ed il mio sentire, quali siano i miei desideri e le mie malinconie. Voglio tornare ad essere un individuo, unico ed irripetibile con i miei limiti e le mie qualità, non “qualcosa” in quanto parte di “qualcos’altro”.

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22 risposte a “CHIEDIMI SE SONO FELICE

      • Io ti conosco poco, ti ho visto una volta tre minuti e un’altra nel caos rumoroso di una birreria, non avrei mai potuto farti una domanda del genere perchè tu “tieni le persone a distanza” in quelle occasioni. (mediamente normale ciò)

        Queste tipo di domande le si fanno, in quel limbo che parte da qualche tenpo dopo che inizi a conoscere veramente una persona, ma che ancora che la conosci davvero.
        Prima non si ha coraggio, dopo non hai biosgno di chiederlo, lo capisci.

        Io a un paio di amici questa domanda l’ho fatta negli anni. Entrambi mi hanno guardato spaesati. Non sapevano rispondermi.

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        • Ovviamente non mi aspetto (né desidero) che una domanda del genere mi venga posta dall’impiegata dello sportello postale 😛
          Il concetto che intendo esprimere è la quasi totalità delle persone, per quanto il rapporto personale possa essere stretto, si limita a circoscrivere la conoscenza ai meri aspetti “esteriori”, a quanto possa classificarti secondo una scala di “aggregatori sociali”

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          • La quasi totalità delle persone non vuole sapere se sei felice, la quasi totalità delle persone si aspetta che tu faccia quella domanda e una volta fatta, faccia di tutto per farla felice….

            Poi per quanto concerne gli “aggregatori sociali” e “meri aspetti esteriori” è una cosa che ho trovato tanto e spesso nelle nostre “zone”, in altre regioni questa domanda è rarissima (e legata a un certo livello economico).

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  1. In un mondo così confuso è più che normale cercare di identificare il prossimo e anche noi stessi con etichette. Questo permette una collocazione precisa nell’archivio delle nostre conoscenze … tu bevi questo, fai il tifo per quella squadra, sei ateo? Allora sei un tipo A. Sei vegetariano, vai in bici e sei buddista? Sei un tipo B. Tutto in ordine , così non mi confondo. Diamanta scrive una cosa purtroppo reale quando dice che i suoi due amici non sapevano che cosa rispondere alla domanda “chi sei” Se tu stesso non sai chi sei non puoi chiederlo ad un altro .

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    • Dipende ……molti sono semplici conoscenti, persone con cui stare in compagnia di tanto in tanto, e con cui difficilmente entro in maggiore intimità. Per i (pochi) amici il discorso cambia, così come per le donne; in questi casi cerco persone affini, più per visione di vita e modo di affrontarla

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      • Non puoi aspettarti domande profonde da semplici conoscenti, questo è abbastanza ovvio. Ma dai buoni amici e dalle donne di cui ti circondi, devi.
        E se non succede, forse è da correggere il criterio con cui li scegli. Da qui la mia domanda.

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  2. a me non importa se i miei amici vanno a letto con un uomo o con una donna, chi votano, o che lavoro fanno…ma è inevitabile che questi fattori influiscano sul carattere di una persona, e ad essere sincera preferisco circondarmi da persone simili a me, con cui posso essere me stessa, mi è captato di trovarmi in mezzo a un gruppo di persone di classe sociale decisamente superiore alla mia, per quando io abbia un forte spirito d’adattamento e in qualche modo mi sia riuscita a inserire ammetto che mi sentivo un pesce fuor d’acqua … la domanda “chi sei?” la faccio solo alle persone a me molto vicine…

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    • Il guaio è che giocavo a Monopoli e Risiko. A volte anche a “dottore ed infermiera”, ma non avevo ancora capito come funzionava il gioco e anziché “visitare” l’infermiera simulavo operazioni chirurgiche.
      Poi ho capito, per fortuna 😛

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  3. Forse il primo approccio ( chi sei cosa fai) e’ per sondare le comuni affinità .
    Poi si naviga a vista, normalmente io non chiedo nulla perché quando la persona che ho davanti e’ felice, lo percepisco e quando non lo è , anche.
    Io sono continuamente a contatto con il pubblico e sono bravissima a far parlare , basta pochissimo. Sono un’ottima psicologa (per gli altri)
    ( mica i post vanno in prescrizione? Leggo dopo un paio di mesi )
    Abbracci

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    • eheheh anche il mio lavoro consiste nello studio e nella “manipolazione” psicologica degli interlocutori.

      Tranquilla, i post non si prescrivono …..ma questa risposta si autodistruggerà in 5 …4…3 ….
      😝

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