QUANDO AVEVAMO CENT’ANNI DI MENO

I miei genitori si avvicinano ai novant’anni.  Altra generazione, abituati a non manifestare i sentimenti, un po’ per pudore ed un po’ per educazione.  Non ho molti ricordi della mia infanzia, ma quanto rammento di mio padre è un’immagine quasi sempre in secondo piano, silente; solo di una occasione ho un ricordo vivido, in cui uscì di casa – dopo avermi visto mesto ed abbattuto – per prendere energicamente le mie difese nei confronti di chi mi aveva redarguito in malo modo e senza motivo.

A parte questo episodio, i miei genitori non si sono mai preoccupati di chiedere o sapere cosa io provassi e sentissi, secondo loro la vita avrebbe dovuto seguire i binari del dovere e dell’opportuno (cosa è concesso fare e dire, e cosa invece no). Tutto il resto, emozioni, sensazioni, sentimenti, desideri e aspirazioni erano solo aspetti secondari ed ininfluenti, almeno a loro avviso. Ho visto ben poche manifestazioni di affetto, sia tra di loro che nei miei confronti. Non sono cresciuto anaffettivo, né mi sono isolato, tutt’altro.  Ma avrei voluto che il bambino non fosse stato obbligato a diventare subito un ometto perfettamente educato e composto, e mi sarebbe piaciuto che l’adolescente fosse stato istruito alla vita attraverso il racconto di esperienze e di emozioni dei propri genitori. Mi sarebbe piaciuto andare a bere una birra con mio padre, che mi raccontasse dei suoi rapporti con le donne, e che ascoltasse di quelli miei, che mi dicesse cosa sarebbe voluto diventare e che mi avesse chiesto chi sarei voluto diventare io; ma non è mai accaduto.

Prima di cena passerò a trovarli, come di consueto, per vedere come se la cavano. Come al solito mio padre mi saluterà, alzandosi dal divano e dandomi la mano. E come al solito sarà troppo tardi per dire “papà andiamo a bere una birra, e raccontiamoci la vita”.

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8 risposte a “QUANDO AVEVAMO CENT’ANNI DI MENO

  1. In realtà non mi piace perché … Perché è una storia che sento vicina e che leggendola non mi scivola via come dovrebbe (?) fare un post qualsiasi e mi verrebbe più spontaneo cercare gli occhi di chi l’ha scritta.
    Commento così dove invece servirebbero un fiume di parole… O magari un silenzioso ascolto.

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  2. Ti leggo e penso a mio padre. Tra qualche giorno è un anno che è morto ed io vorrei tanto andare a casa sua per vederlo seduto sul divano… mi hai lasciata lacrimosa caro Fedi. Ti abbraccio forte
    S

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  3. Pingback: Papà (al plurale) | Sorry I'm not made of sugar

  4. Non è questione di generazione, ma di carattere, a mio avviso.
    Mio nonno procede lentamente verso i 101 anni e anche se non è propriamente espansivo, ha sempre avuto gesti di affetto verso le figlie, i nipoti (io ne ricordo diversi) e anche i pronipoti. Ed è sempre stato disposto a raccontare e raccontarsi, a confrontarsi. Ora lo è anche di più, e distribuisce consigli ed è protettivo più che mai.
    Il generale è sua figlia, in teoria dovrebbe essere una generazione più “vicina” ma in confronto a lui è un ghiacciolo. Solo ora che siamo adulti possiamo un poco tentare di confrontarci con lei. Non ricordo una sola carezza che lei mi abbia fatto in tutta la vita. Non per niente la chiamo generale.
    Quindi non è questione di quando sono nate queste persone e nemmeno di come sono state cresciute (mia nonna era una persona estremamente affettuosa, mia madre non ha preso da nessuno dei due), solo di come sono.
    Alcuni non sanno esprimere quel che sentono dentro. In qualsiasi epoca esistono persone così.

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  5. ormai è andata e ha poco senso rimuginare su queste cose, anche se è comprensibile. Pensa invece a goderteli finchè sarà concesso perchè poi, birra o non birra, ti mancheranno tanto.
    ciao

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