DESERT BOOT

Mattino presto, una domenica di agosto a Milano. Per fortuna Bastianello è aperto, e posso sedermi per un caffè ed un kipfel; rari gli altri avventori, che vanno tutti al banco, per lo più stranieri …ed una suora. Il cameriere scambia due parole di cortesia, molto milanese, meno sarebbe stato scortese e di più invadente. Non sono ancora le nove, e mi porto verso piazza del Duomo, il corso (Vittorio Emanuele) è pressoché deserto. Fanno eccezione gli stradini che lavano il ciottolato, ed alcuni personaggi che solitamente sarebbero persi tra la folla: un artista di strada appronta un pianoforte (questo però non passerebbe inosservato neppure tra la moltitudine), alcuni mendicanti sono già appostati agli angoli delle strade, passa un tipo strano con bermuda e giubbino mimetici. Una coppia di donne (madre e figlia?) espone un banchetto di abiti usati, e a lato hanno anche un ferro da stiro a vapore …proprio quanto ti aspetti di trovare all’angolo della Galleria. Io credo di apparire altrettanto strano, con pantaloni e camicia bianca di lino, e giacca azzurra con il fazzoletto nel taschino. Magari non tanto per l’abbigliamento, ma quanto per l’orario antelucano.

A parte la rara bellezza della città deserta, che mi godo in pieno passeggiando sotto i portici, appena guastata dai turisti che sotto l’ottagono girano sulle palle del Toro (i milanesi mi capiranno), mi colpiscono proprio tutti questi personaggi quasi stralunati che incontro. E mi coglie un pensiero, in questo scenario da film apocalittico,  che se veramente dovesse accadere qualcosa di inimmaginabile – una sorta di day after chimico – probabilmente gli unici a restare immutabili sarebbero proprio questi derelitti e gli artisti di strada, e se qualcuno di “noi” rimanesse vivo verrebbe considerato “strano”.

Metto una moneta nel grembo di una donna anziana con lo sguardo perso nel vuoto, seduta su uno sgabello di vimini, che tiene in mano un santino stropicciato, e per tornare alla normalità entro alla Rinascente.

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15 risposte a “DESERT BOOT

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