IL FEDIFRAGO E’ USCITO E A CASA NON C’E’

Ma non chiamatemi Rettore (per i più giovani, il titolo del post è una parafrasi di “Donatella” di Donatella Rettore).

La realtà è che sto diventando un misantropo del web. Non che non lo sia anche nel “mondo reale”, ma ancor più ed ancor più spesso trovo poca soddisfazione nella frequentazione del web. Si capisce anche dalla maggiore rarefazione dei miei post e dai loro contenuti sempre più generici e meno ironici o pungenti. Certo, frequento ancora e commento alcuni post (sempre meno, è un dato di fatto), e non me ne vogliate se nella maggior parte dei casi mi collego al mattino alternando la lettura del Corriere digitale ai blog mentre sono seduto sulla tazza. Però ho sempre meno stimoli (e non parlo della tazza), addirittura non ho più alcun desiderio di broccolare (accidenti, non mi smuove neppure la quinta di Suzieq), e mi annoio facilmente.

Non è a causa di ciò che scrivete nei vostri blog, sono io ad essere sempre più distaccato e mi annoia persino quanto scriva io stesso; è tutto già visto e già fatto, scrivere per sfogo o solo per il gusto di farlo, scrivere per divertire o per sedurre, al punto che a volte incappo in alcuni che mi sembrano il me stesso di dieci anni fa. Poi la vita al di fuori di questi bit mi assorbe molto e mi lascia poco tempo, e resta il fatto che anche il poco tempo libero preferisco passarlo tenendo le dita lontane dalla tastiera (anche se continuo a dare buca a Pinza & Co per le birre del venerdì sera). Non intendo né sparire né chiudere il blog (e non scrivo questo post solo per raggranellare una manciata di commenti dissuasori), mi limiterò però ad incursioni fugaci, magari prima o poi mi tornerà il desiderio di una presenza più assidua ed attiva.

“nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualcosa che sia altrettanto efficace del non dire niente”
-Ludwig Wittgenstein-

LA BELLEZZA DEL SOMARO

Come mia abitudine utilizzo il titolo di un film (a sua volta ripreso dal modo di dire “la bellezza dell’asino”) che però ha un nesso che lo collega all’argomento del post solo per riflesso, o meglio per negazione.

Si dice la bellezza del somaro, quando si vuole intendere una bellezza fresca e luminosa (e chi dice anche “snella”) dovuta però solo alla gioventù, e quindi destinata a sparire molto velocemente. E’ invece di questi giorni la notizia (senza la quale avrei peraltro passato notti insonni) che riconosce, secondo il magazine People, l’attrice Sandra Bullock come donna più bella del mondo.

Fatta la tara sui metodi di giudizio d’oltre oceano, che prediligono “bellezze” locali (spesso “mascellone”), ed anche sul mio giudizio personale (la Bullock non rientra neppure tra le prime 20 donne di mio gradimento), resta il fatto che abbia da poco compiuto i 50 anni.  E qui arriviamo alla mia personalissima convinzione, secondo cui buona parte delle donne acquisisce il proprio maggior fascino ed attrattiva (e diciamolo, anche bellezza) attorno ai quarant’anni; alcune hanno poi la fortuna di mantenerli anche dopo i cinquanta.

Non me ne vogliano le lettrici trentenni o giù di lì …..sostengo da anni questa mia predilezione (rimasta nei confronti delle 40/45enni negli ultimi miei dieci anni di vita ….io invecchio, i miei gusti invece no). Certo, a volte mi capita di gettare lo sguardo su qualche (bella) donna un po’ più giovane, ma per puro spirito di osservazione (meglio se del lato B); trovo troppo acerba e priva di personalità la bellezza della gioventù, mentre mi attira molto di più (anche sessualmente, non lo nascondo) una bellezza più sicura di sé (matura e consapevole, più che spavalda o arrogante), arricchita dal fascino dell’esperienza e dalla classe.

Poi, magari tra qualche anno ancora, mi rincoglionirò anche io ed andrò a “prendermi” una venticinquenne brasiliana o lituana.

MUSIC WAS MY FIRST LOVE

Tra le tante “catene” che girano su WP, sono stato invitato a perpetuarne una che chiede quali siano le 5 (o più) canzoni che mi evocano sensazioni positive.

Ovviamente ho declinato l’invito, come faccio sempre in questi casi. Però ammetto di avere pensato a come la musica mi abbia sempre accompagnato, e come diverse canzoni siano legate a momenti belli tanto quanto ad altri più tristi. Cinque canzoni non bastano, dovrei restringere troppo il campo, e forse potrei citarne un centinaio, equamente divise tra canzoni legate alla gioia ed altre legate alla tristezza.

Ricordo di avere iniziato ad interessarmi di musica attorno ai 14 anni, intendo interessarmi seriamente. Dapprima con un registratore Hi-Fi a doppia piastra e casse a tre vie, acquistando le famigerate “audiocassette” o facendole registrare da qualche amico, passando poi al vinile con conseguente acquisto di giradischi e testine di alta gamma, e di vari impianti con audio sempre più fedele e ricercato. Di vinili negli anni ero riuscito ad accumularne quasi un migliaio, che poi ho in gran parte regalato per un malriposto senso di gratitudine verso chi ritenevo mi avesse fatto un favore; ora dovrei averne ancora circa duecento. Poi arrivarono i CD, che ancora acquisto di tanto in tanto, e la musica “nella nuvola”. Ascolto musica in casa, ora raramente a dire il vero, magari fumando un sigaro ed osservando i volti che posso scorgere nelle volute del fumo, e moltissimo in auto.

Ma cosa ascolto? Di tutto, sinceramente, e non solo degli artisti più conosciuti o “commerciali”, ma anche di qualche autore o esecutore “di nicchia”. All’inizio furono ELP, Genesis, Yes, Jethro Tull, Deep Purple, Lou Reed e David Bowie, con primi accenni di musica “nera” (grazie Motown), per poi allargarsi pian piano a tutto quanto arrivava dall’estero e dall’Italia, devo ancora avere quasi tutta la discografia della PFM e delle Orme, oltre a qualcosa degli Area. Ho spaziato dalla classica al pop, dal country rock alla disco, dal jazz al blues, dal rock ai “cantautori” …..ed altro ancora.

Quindi posso spaziare molto tra brani che mi possano evocare ricordi, ripeto me ne vengono in mente almeno un centinaio ……ed ho cantato (in pubblico, in auto molte di più) Chiama piano di Bertoli e I was born to love you dei Queen, così come Mi manchi di Leali e Moondance di Bublé, Sei nell’anima della Nannini e Just can’t get enough e Enjoy the silence dei Depeche Mode. Ma anche l’Ave Maria di Schubert.

Music was my first love
And it will be my last.
Music of the future
And music of the past.

LA DESOLAZIONE DI SMAUG

Tranquilli, non è una recensione del film. Semplicemente un commento che ho lasciato da MG, venutomi senza pensarci, mi ha fatto riflettere a posteriori.

Il drago Smaug ha una impenetrabile corazza di squame. Solo in un punto era stato scalfito da una enorme freccia di metallo nero, e quindi solo dove questa aveva aperto un piccolo varco è possibile – essendo dotati di grande perizia – infilare un altro dardo e colpirne il cuore.

Quindi la domanda è: nella vita serve maggiore abilità per colpire il punto giusto, oppure nell’evitare di esporre anche il più piccolo lembo di sé? Mentre ci penso, stasera vado a farmi un aperitivo con una bella mora…..

DE BELLO ITINERA

Per quanto ricordo del latino, sono abbastanza certo di aver sbagliato, ma mi piaceva l’idea di associare un noto titolo riferito ad una guerra (De bello Gallico) alla viabilità (itinera).

Seconda nota: so bene di essere – in questo periodo più del solito – insofferente e polemico, ma è un dato di fatto che “sulle strade” rispetto ed educazione (stradale) siano in pauroso declino. Certo, in altri luoghi o situazioni è ancora peggio, ma trascorrendo molte ore in auto noto molti atteggiamenti sprezzanti quando non pericolosi.

Non intendo parlare dei cambi di corsia, soprattutto in sorpasso, senza segnalare con frecce ed infilandosi a meno di venti centimetri fregandosene bellamente di chi stia sopraggiungendo (magari ad altra velocità); sarà quest’ultimo a dover prevedere – grazie ad apposita sfera di cristallo sul cruscotto – l’imminente sorpasso effettuato dall’idiota di turno. E neppure intendo parlare di chi parcheggia “a membro di segugio” in doppia o terza fila, abbandonando l’auto per ore con marcia e freno a mano inseriti, salvo poi risentirsi per la genealogia di note meretrici della sua famiglia declinata dal malcapitato che ha atteso invano di potersene andare, ed invece bloccato dall’auto ancorata dell’imbecille.

Niente di tutto questo, ma il tema odierno sono i daltonici impazienti, ovvero tutti coloro per cui il semaforo rosso è solo un blando suggerimento. E passi per moto e motorini, per i cui conducenti viene fatto apposito esame di guida che prevede: 1) l’obbligo di sorpasso in qualsiasi condizione ed in qualsiasi modo 2) l’obbligo di non rispettare segnali di stop, di dare precedenza e semafori. Ma non capisco proprio i pedoni, che con grande tranquillità attraversano strade di scorrimento e corsie preferenziali senza peritarsi di attendere il verde; che poi già mi stupiscono quelli che ti si gettano sotto le ruote per raggiungere tram e bus alla fermata, magari ridendo anche come degli ebeti della loro (stolta) prodezza che ti costringe a lasciare sull’asfalto mezzo chilo di pneumatici, ma ancor di più non capisco uomini e donne che portano a spasso i loro quadrupedi o con borse e carrelli della spesa che, con la più anglosassone flemma possibile, attraversano la strada pur avendo il semaforo rosso (o posizionandovisi appositamente a pochi metri per poterlo ignorare, meglio ancora se dietro ad una curva priva di visibilità per gli automobilisti).

Come già ebbi modo di domandarmi in merito a coloro che usano k al posto di ch, mi chiedo in quale modo di mondiale urgenza ed imprescindibile importanza la signora sessantenne – che stamattina è scesa dal marciapiede con il cartello della spesa appena fatta – abbia impiegato i dieci/quindici secondi  risparmiati per non aver atteso che il semaforo diventasse verde per i pedoni. Che poi credo anche  abbia perso alcuni anni di vita, a causa del ghigno sul mio volto mentre scalavo marcia ed acceleravo per far ruggire il motore dell’auto puntandola con decisione.

Però devo ammettere che lei ed il carrello hanno fatto un salto degno di Fiona May, per raggiungere il marciapiede opposto prima che li spiaccicassi entrambi.

 

I AM WHAT I AM

“I am my own special creation” cantava Gloria Gaynor, ovvero sono ciò che io stesso ho costruito di me. Dovremmo sempre tutti tenerlo ben presente, noi siamo ciò che le nostre esperienze hanno contribuito a farci diventare.

Però vedo sempre di più – e in particolare modo nei blog e nel mondo “social” – la tendenza a dare giudizi ed etichette senza alcuna esperienza diretta di quanto oggetto del proprio (pre)giudizio. Tutti partono da posizioni proprie, dando per scontato che debbano essere universalmente accettate come le uniche “corrette”. Lo sconosciuto dovrebbe essere invece affrontato con la curiosità della sperimentazione ed apertura alla conoscenza, senza giudizi morali o pratici che non derivino da una prova diretta e personale; invece tendiamo a ricadere nella più comoda (e per certi versi tranquillizzante) rendita di posizione delle nostre convinzioni acritiche e rifiutiamo a priori ciò che non rientri nei canoni della “normalità”. Le “etichette” donano stabilità anche laddove non ve ne sia.

Un esempio che possa cercare di fare capire il mio pensiero, è quello della forma di rapporto e sessualità delle famigerate “sfumature”. Intanto ammetto di non aver letto libri né visto film, semplicemente perché non sono il genere di letteratura che mi interessa, e francamente sono stato condizionato dalla critica (e dalle critiche) al film; ho invece visto i due film “Nymphomaniac 1 e 2″ di Lars Von Trier, sempre aventi per tema un differente rapporto con la sessualità, che ho trovato piuttosto interessanti (tra l’altro mi piace molto l’attore 63enne Stellan Skarsgård). Cosa intendo dire? Che noto molte prese di posizione che partono da un rifiuto, non motivato da sperimentazione (provo, e quindi posso dire cosa mi piaccia o meno) ma da un pregiudizio che non solo rifiuta il genere di sessualità, ma che lo bolla come “depravato, riprovevole, strano o quanto meno slegato dal concetto di amore”.

Ciascuno di noi è libero di esprimere la propria posizione, ma non per questo è necessario distruggere l’altrui sentire, con un’atteggiamento di superiorità e di spocchia –  oltre tutto generato da ignoranza specifica. Intendiamoci, ci sono moltissime pratiche sessuali che non mi attirano, ad alcune mi sono avvicinato marginalmente ed altre le rifiuto proprio a priori, ma non per questo giudico chi le metta in atto (chiaramente non mi riferisco a quelle illegali o che coinvolgano soggetti deboli quali i minori); da alcune donne sono stato definito vizioso, ed altre invece mi hanno considerato abbastanza “ordinario”, tutto dipende dal punto di partenza delle esperienze e del vissuto.

Dovremmo tutti fare un passo indietro, e stare attenti e relativizzare le nostre idee e i nostri punti di vista. E più che asseverare giudizi o dare consigli, sarebbe meglio se ci limitassimo ad esprimere opinioni personali.

PORNOROMANTICO

Sono giunto alla conclusione che con le donne sbaglio sempre comportamento. Anche quando mi comporto da cinico menefreghista (e in certi periodi mi viene particolarmente spontaneo) non riesco solo a scopare e mandarle via, devo sempre avere qualche attenzione particolare (ed anche questo, purtroppo, è spontaneo e naturale per me); magari condividere anche qualche momento extra sesso come un aperitivo, una cena cucinata con le mie mani, una serata a teatro ……

E così finisce che più d’una pensi di essere “speciale”, nel senso che io possa avere una seppur remota intenzione di avere una relazione più profonda. Forse sono abituate a uomini più materiali e grezzi, e forse dovrei uniformarmi a questi atteggiamenti. Che fare quindi, snaturarmi o appendere al collo un cartello con scritto “non intendo sposarti, sono solo un pornoromantico”?

CINQUANTA SFUMATURE DI FROCIO

Sono al tavolo accanto al mio, il cicaleccio garrulo è decisamente di un tono troppo alto. Sono in tre, completamente differenti sia per caratteristiche fisiche che per stile nell’abbigliamento; sono differenti anche le borse appese alle spalliere delle sedie.

Di tanto in tanto le risate querule sono interrotte da un gridolino, come quando inavvertitamente viene rotto un bicchiere. Il tono alcolico è decisamente alto. Due si alzano e si dirigono verso il bagno sculettando vistosamente, quasi a voler attirare l’attenzione del cameriere egiziano, giovane e muscoloso. La terza, rimasta al tavolo, non lascia per un attimo il cellulare che ha tolto con gesto lezioso dalla borsa. Quando sono di nuovo insieme lo usano per chiamare un amico all’estero, in videochiamata appoggiandolo ad una bottiglia in modo che possa vedere tutta la compagnia; si esprimono in inglese, come il chiamato, che mi pare sia stato in intimità con almeno due di loro a giudicare dalle parole e dal tono acuto che assumono. Probabilmente se non avessero timore di rovinarsi le unghie si prenderebbero anche per i capelli a causa della rivalità, ma poi la chiamata finisce e rientrano nei ranghi.

Chiamano a gran voce il cameriere per avere un altro limoncello, e paiono tre gatte in calore al suo cospetto. Bevono d’un fiato, con fare poco femminile se non fosse per l’affettazione e l’enfasi della gestualità. Pagano e se ne vanno, sempre ancheggiando  e lanciando occhiate fiammanti al giovane egiziano.

Ma io mi domando, non è possibile essere omosessuali senza per forza essere dei froci persi che scimmiottano i peggiori atteggiamenti femminili?

Gay

p.s. lo so che frocio è politicamente scorretto, se vi disturba posso usare il milanese cu’ alegher. Ma poi si perderebbe l’assonanza nel titolo

RE LIAR

Il titolo non è un errore, bensì un gioco di parole (pensavo di scrivere calembour, ma non vorrei prendermi troppo sul serio).

Si parla quindi di menzogne, o meglio dei bugiardi patologici, coloro che le raccontano anche senza che ve ne sia necessità. Premetto che io solitamente non mento (ad onta del nick), più che altro perché mi difetta la memoria e comunque preferisco omettere; a maggior ragione non invento frottole senza motivo. Da bravo teorico però ho formulato alcuni postulati fondamentali per chi si trovi nella necessità di alterare la realtà:

  • La menzogna deve essere credibile e sostenibile. Ad esempio non dire di essere andato ad un convegno di odontotecnici a Toronto, se la tua professione è l’assicuratore.
  • Non si deve scostare molto dalla realtà. Se esci a cena con una donna e vi concedete anche il dopocena, non dire di essere uscito con un amico per la partita a carte, ma con un’amica per un aperitivo.
  • Mai coinvolgere persone conosciute nelle tue storie, potresti essere facilmente smentito.
  • Non deve apparire come uno stravolgimento delle abitudini e dei gusti.
  • In alternativa deve essere talmente incredibile da poter sembrare vera. Il tuo interlocutore deve pensare che non puoi avere inventato una cosa così assurda; attenzione però alla verificabilità di quanto affermi, un mio collaboratore per eccesso di zelo mi ha dato elementi da cui ho potuto verificare che mi stava ampiamente prendendo per il culo.
  • Meglio omettere che mentire. Soprattutto se non hai buona memoria.
  • La menzogna deve essere sostenuta anche di fronte a prova contraria: negare sempre, anche l’evidenza.
  • Mentire solo se assolutamente necessario: excusatio non petita, accusatio manifesta.
  • Evitare le storie troppo particolareggiate. Meglio essere vaghi e generici.
  • La menzogna è un’eccezione, non una regola. E se non sei in grado di creare un’opera d’arte meglio che ti astenga.
  • Non pensare di essere il più furbo ed il più abile. Ci sarà sempre qualcuno più accorto di te.

Non entro nel merito delle infinite casistiche in cui vengano propinate panzane; i governanti (a qualsiasi livello) tengono sempre all’oscuro e mentono a spron battuto, i coniugi mentono ai/alle consorti, raccontano “balle” gli amici, si mente anche ai figli. E le motivazioni non mi interessano, anche se a volte alcune giustificazioni possono essere comprensibili (le famigerate “menzogne a fin di bene”).

Però non comprendo a quale pro vengano raccontate frottole quando non venga richiesta una giustificazione o non vi sia uno scopo palese. Come accennavo sopra, un mio ex collaboratore mi ha raccontato per mesi una serie di storie inventate di sana pianta, da quelle insignificanti alle più assurde e fantasiose, e l’aspetto più incredibile del tutto è che non gliene sia venuto alcun vantaggio pratico (a mio avviso è un caso da TSO). E peggio ancora della menzogna in sé, a far adirare è l’offesa all’intelligenza dell’interlocutore.